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Le Pietre di Ica

Il deserto di Ocucaje, in Perù, è un territorio arido e sabbioso posto ai piedi della catena delle Ande, vicino all’altopiano di Nazca, celebre per i suoi disegni, e non lontano da Paracas, località nota per il suo “candelabro di sabbia”. Il deserto ha una grande rilevanza archeologica, in quanto, all’inizio del 1900, furono scoperte vastissime necropoli delle culture Nasca e Paracas (datate fra il 400 a.C. e il 400 d.C.), contenenti centinaia di mummie e migliaia di oggetti in oro, elementi del corredo funerario dei sepolti.

La Storia

La valle, infatti, insieme a quelle di Pisco e Nazca, faceva parte dell’impero Chincha, impero precedente a quello Inca. In questa zona, nel 1961, furono compiuti, mediante l’utilizzo di numerose ruspe, dei lavori di scavo per la costruzione di una cisterna per la raccolta di acqua per l’irrigazione. Qualche tempo dopo, sempre nella stessa zona, il fiume Ica, nelle vicinanze del quale si trova un villaggio con lo stesso nome, ingrossò e finì per inondare le zone circostanti; erodendo i versanti delle colline delle Haciendes, di Ocucaje e di Callago, l’esondazione portò alla luce una grande quantità di pietre di dimensioni assai varie, da piccoli ciottoli a massi di oltre due quintali, che mostravano incisioni molto interessanti.

Nel mese di maggio di cinque anni dopo, un contadino della zona, Felix Llosa Romero, donò una di queste pietre ad un suo amico d’infanzia, il dottor Javier Cabrera Darquea, medico chirurgo all’ospedale di Ica, docente di biologia e di antropologia all’Università di Ica, archeologo per hobby, uomo di grande cultura e di notevole apertura mentale, perché questi la usasse come fermacarte. Il dottor Cabrera, ovviamente, non riteneva “una pietra”, seppur dal caratteristico colore scuro e dalla forma incredibilmente tondeggiante (troppo tondeggiante persino per un ciottolo di fiume), un regalo da considerare troppo prezioso. Tuttavia, alcune caratteristiche di questa lo fecero ricredere sull’importanza del suo regalo. Innanzitutto, Cabrera rimase impressionato dal peso del ciottolo di fiume, eccessivo e spropositato rispetto alle piccole dimensioni della pietra; inoltre, quando osservò la pietra con maggior attenzione, notò su di essa una strana incisione, raffigurante un “pesce sconosciuto”, per usare le stesse parole di Cabrera. Incuriosito da quello strano disegno, Cabrera condusse alcune ricerche e, con evidente stupore, scoprì che il pesce rappresentato su quella pietra era un agnathus, una specie estinta da varie migliaia di anni. Sorpreso dalla sua scoperta, Cabrera chiese al suo amico Romero la provenienza del suo dono: quella pietra, insieme a molte altre, erano vendute per pochi soldi dai contadini di Ocucaje. I contadini di Ocucaje, infatti, erano soliti arrotondare i guadagni derivanti dalla lavorazione della terra dedicandosi ad un’attività clandestina, ma molto più redditizia: il saccheggio delle tombe, che, come detto prima, in quella zona abbondano per numero e ricchezza. In quechua, l’antica lingua del luogo, si indica con il termine huaca ogni oggetto sacro: siccome i doni lasciati a corredo dei defunti sono considerati sacri, viene chiamato huaquero chi li ruba.

Quando gli haqueros, visitando quelle antiche tombe, trovarono inaspettatamente centinaia di pietre con disegni totalmente diversi da quelli delle ceramiche e di qualsiasi altro reperto Nasca o Paracas, pensarono, evidentemente, che si trattasse di sassi privi di valore archeologico e cominciarono a venderli nei loro mercatini ai turisti. Ma torniamo a Cabrera. Spinto da un irrefrenabile spirito indagatore e da una enorme curiosità per l’oscura origine di quelle pietre, Cabrera venne a sapere che anche il Museo Regionale di Ica ne possedeva alcuni esemplari, i quali, però, non erano esposti in quanto ritenuti dei falsi ad opera degli huaqueros, i contadini del deserto Ocucaje. Rifiutata, da parte del direttore del museo Adolfo Bermúdez, l’ipotesi di verificarne l’autenticità, Cabrera decise di muoversi per conto proprio e studiare da solo le pietre. Cabrera cominciò, allora, a raccogliere quante più pietre possibile, acquistandole sul mercato e ricercandole personalmente nella zona di Ica, a studiarle e catalogarle. Alla fine, riuscì a mettere insieme una collezione lapidea di circa 15.000 pietre, che decise di esporre a proprie spese presso la Casa della Cultura di Ica, alla cui direzione era stato chiamato da poco. Prima di procedere e di affrontare la “storia della storia delle pietre”, vediamo di dare loro un’occhiata più ravvicinata. Dal punto di vista scientifico, le pietre sono fatte di andesite di matrice granitica, una roccia di fiume semi-cristallina formatasi nel corso del Mesozoico (circa 250 milioni di anni fa, dunque) dalla disintegrazione del massiccio andino. Le loro dimensioni sono diverse: le più piccole non sono più grandi di una decina di centimetri, le più grandi arrivano circa ad un metro di larghezza; sono di colore grigio, a causa dell’ossidazione naturale, avvenuta circa 12.000 anni fa, e con una durezza calcolata in 4.5 punti sulla scala Mohs. Lo strato di ossido è presente su tutta la superficie della pietra, anche all’interno dei solchi: questo ci fa supporre, abbastanza logicamente, che i solchi siano stati praticati in un periodo antecedente al momento in cui è iniziato il processo di ossidazione. Insomma, se la datazione geologica è esatta, si può concludere che i solchi hanno almeno 12.000 anni.

Conclusione, inutile dirlo, sconvolgente: infatti, le prime popolazioni (primitive) si stanziarono in America tra i 10.000 ed i 20.000 anni fa e risulta difficile immaginare che una di queste abbia avuto la conoscenza tecnologica per incidere un materiale come l’andesite, la cui durezza relativa è molto vicina a quella del diamante. A supportare l’inesattezza di questa ipotesi, poi, concorre un altro fattore, probabilmente quello fondamentale e, contemporaneamente, il più sconvolgente: i temi dei disegni. Sulle pietre, infatti, sono presenti raffigurazioni di dinosauri, animali estinti, operazioni chirurgiche, strumenti e tecnologie di recente o recentissima messa a punto e molti altre conoscenze che, certamente, non potevano essere in possesso di civiltà così antiche. Utilizzando la classificazione di Cabrera, le incisioni sono suddivisibili nelle seguenti categorie: - animali preistorici - astronomia ed astronautica - antichi continenti - cataclismi planetari - medicina - razze presenti sul pianeta - flora e fauna - esodo di uomini sulla Terra - strumenti musicali Vediamo di analizzarne brevemente alcune. Per quello che riguarda la prima categoria, va detto, innanzitutto, che molte pietre appaiono molto simili, differenziandosi soltanto per piccoli particolari: alla luce di questo, Cabrera ipotizzò (e lo studio diretto lo confermò) che determinate pietre dai disegni simili potessero appartenere ad una stessa serie. Per esempio, in una serie composta da ben 205 pezzi, Cabrera trovò descritto il ciclo riproduttivo e lo sviluppo dell’Agnato (un pesce paleozoico sprovvisto di mascelle, estinto da 400 milioni di anni); un’altra serie rappresenta il ciclo evolutivo dello Stegosauro, un’altra del Triceratopo (che provano che questi animali si riproducevano come gli anfibi), un’altra ancora, formata da 48 pietre, rappresenta l’evoluzione del Megachirottero, una sorta di antenato gigante del pipistrello, che le pietre dimostrano essere stato oviparo e non viviparo, come da molto tempo si pensa. Ancora, troviamo molte raffigurazioni di dinosauri del periodo Mesozoico, come per esempio il Tyrannosaurus Rex. Altre pietre raffigurano uomini (dalla testa spropositata rispetto al corpo) a cavallo di quelli che sembrano dinosauri (per esempio, su una pietra si possono osservare due uomini che cavalcano uno Pterodattilo mentre, con un cannocchiale, osservano uno Stegosauro); altre ancora in atteggiamenti simili a quelli che, oggi, noi potremmo tenere con i nostri animali domestici. Queste raffigurazioni fanno pensare che, in passato, ci sia stato un periodo in cui uomini e dinosauri siano vissuti insieme e contemporaneamente. Tale ipotesi, oltre che dalle pietre di Ica, come appena visto, è stata “confermata” dal ritrovamento, presso Acambaro, nella Sierra Madre, in Messico, dove sono state rinvenute strane statuette che raffigurano uomini, in abiti di foggia orientale e provvisti di varie armi, in compagnia di animali preistorici. Nel 1945 Waldemar Julsrud, commerciante tedesco, durante un giro a cavallo nel suo ranch trovò una figurina di ceramica rossastra di questo tipo. Con l’aiuto del suo collaboratore indigeno, Julsrud riuscì a metterne insieme ben 33.000. Queste statuette raffiguravano dinosauri, brontosauri, serpenti, cammelli, con personaggi con volti, statura e vestiario ogni volta differenti tra loro; rappresentavano figure femminili che giocano con coccodrilli e stegosauri, in atteggiamenti che si assumono nei confronti degli animali domestici. Nel 1972 queste statuette furono esaminate nei laboratori americani e datate al 2500 a.C. Circa cinquemila anni fa, però, non esistevano i dinosauri e, cosa assai più misteriosa, nessuno sapeva che fossero esistiti. A confermare la convivenza di umani e dinosauri anche impronte umane fossilizzate insieme a quelle dei dinosauri, molti esempi delle quali si trovano nel libro di Michael Cremo e Richard Thompson intitolato Archeologia proibita: la storia segreta della razza umana.


A Carson City, nel Kentuky sono state ritrovate impronte di piedi e di calzature in uno strato antico di 110 milioni di anni. A Laetoli in Tanzania, le tracce fossili umane sono mescolate a quelle dei dinosauri. A Macoupin nell’Illinois orme umane fossilizzate si trovano in uno strato del Carbonifero e risalenti quindi a 300 milioni di anni fa. Nel Canyon Havasupai si trovano le pitture murali di un T-Rex, nel Big Sandy River quelle di uno Stegosauro. Nel Turkmenistan una impronta umana è accanto a quella di un animale preistorico. Dalla posizione delle impronte sembra che l’uomo stesse cacciando l’animale. Nel letto del fiume Paluxy, in Texas, paleontologi dell’Università della California hanno considerato autentiche le tracce di impronte di dinosauri e di piedi umani. Altre impronte umane fossili in Messico, Arizona, Texas, Illinois, New Messico, Kentucky e altri stati in rocce vecchie di 250 milioni di anni. Carl Baugh, della Pennsylvania State University, in Texas rinvenne, in uno strato di roccia databile 140 milioni di anni fa, le impronte dei piedi di un uomo accanto a quelle di un dinosauro. L’incredibile scoperta fu presto bollata come un clamoroso falso; ma nel 1984, a seguito di ulteriori scavi nella stessa zona condotti dall’archeologo Hilton Hinderliter, gli scettici furono costretti a ricredersi in virtù del ritrovamento delle impronte di due sauri e di un umano in uno stesso strato geologico risalente come minimo a 65 milioni di anni fa. Nella stessa Ocucaje, dal Dottor Jimenez del Oso sono stati scoperti scheletri umani vicino a quelli di dinosauri. Volendo fare un’ipotesi razionale, si potrebbe ipotizzare che la rappresentazione di uomini in compagnia di dinosauri sia frutto di una jungiana fantasia archetipica: gli antichi incisori hanno immaginato l’esistenza di esseri enormi e giganteschi e, per esorcizzarli e per “imbonirli”, li hanno rappresentati in loro compagnia, come a voler comunicare la disponibilità a convivere. Oppure, si può ipotizzare che già 12.000 anni fa siano esistiti uomini che, rinvenuti casualmente e studiati fossili di dinosauri, abbiano cercato di ricostruire l’aspetto di quegli antichi mastodonti. Insomma, si può ipotizzare che siano esistiti dei “paleo-paleontologi” i quali abbiano rappresentato, sulle pietre, le loro ricostruzioni, ipotizzando, loro, che uomini e dinosauri, in passato, siano vissuti insieme. A questo proposito, riportiamo un brano di una leggenda degli indiani Zuni (nativi del Nuovo Messico) che sembra descrivere, con terminologia semplice e mirata, il processo di fossilizzazione: «[...] vivevano sulla terra mostri enormi [...]. Poi gli abitanti del cielo dicono a questi animali: “Vi trasformeremo in pietra, così non potrete più fare male agli uomini e recherete loro conoscenza e giovamento.


Dopo che ciò fu detto la crosta terrestre si indurì e gli animali diventarono di pietra [...].» Si è osservato che molte specie di dinosauri rappresentati sulle pietre non erano presenti nella zona del ritrovamento, dunque le pietre sono sicuramente un falso successivo, e che la qualità delle incisioni e delle rappresentazioni migliora nelle pietre scoperte in tempi più recenti. Una risposta ad ogni obiezione. Neanche oggi, noi, possiamo sapere come fossero gli stadi evolutivi degli animali studiati da Darwin, eppure, utilizzando criteri biologici ed evoluzionistici, questa ricostruzione è stata possibile ed ora abbiamo immagini abbastanza precise. Considerando, poi, il clamore suscitato dalla “faccenda” è ovvio che molti falsari si siano impegnati a realizzare pietre che, per essere appetibili dai turisti di quelle zone, dovevano anche essere “belle” da vedere … Per quello che riguarda la seconda categoria, cioè astronomia ed astronautica, alcune pietre di Ica rappresentano alcuni uomini intenti a scrutare il cielo notturno per mezzo di telescopi. Come si sa, il telescopio fu inventato dai navigatori olandesi e perfezionato da Galileo Galilei nel XVII secolo. Sempre su queste pietre, è possibile osservare, in altro a sinistra, uno strano oggetto sferico seguito da quella che sembra una “scia”: secondo Cabrera è possibile che si tratti della raffigurazione stilizzata di una cometa. In questa stessa incisione sono rappresentati anche i pianeti di Giove e Venere e un’eclissi di Sole. Altre pietre rappresentano 13 diverse costellazioni, incluse le Pleiadi. Un’altra pietra, ancora, rappresenta un calendario astronomico di 13 mesi, probabilmente basato sui cicli lunari. Su altre pietre, ancora, possiamo osservare le figure tracciate sulla piana di Nazca, come detto, non troppo lontana da Ica: su questo torneremo tra poco. Oltre al “volo su Pterodattilo”, che abbiamo visto prima, altro mezzo di locomozione aerea rappresentato sulle pietre è una sorta di uccello meccanico, a bordo del quale sono riconoscibili uomini che osservano o cacciano dinosauri o mentre scrutano il cielo, solcato da corpi celesti. Passiamo dalle stelle alla nostra Terra e vediamo di analizzare alcune pietre le immagini delle quali rientrano nella terza categoria, quella degli antichi continenti. Secondo la teoria della Tettonica a zolle o a placche, illustrata da Hapgood, i continenti poggiano su zattere di materiale galleggiante su un mare di magma; i movimenti di questi continenti, oltre a determinare, ovviamente, il loro spostamento (la famosa teoria della “deriva dei continenti”, elaborata da Wegener), sono causa di terremoti, eruzioni vulcaniche e della formazione ed innalzamento di catene montuose, aperture di mari, di laghi e quant'altro. Secondo questa teoria, anticamente la posizione dei nostri continenti non era uguale a quella che questi hanno attualmente. Per esempio, il Sud America era unito all’Africa occidentale, come la forma delle coste del Brasile, perfettamente “incastrabile” con quella del Golfo di Guinea, dimostra. Ora, una carta degli antichi continenti terrestri è presente su una delle pietre di Ica. L’incisione rappresenterebbe la disposizione degli antichi continenti di Atlantide, Mu, Lemuria e del continente americano. I geologi, servendosi dell’aiuto del computer, hanno confermato che la forma dei continenti e delle terre emerse raffigurate nelle pietre riproducono con precisione la Terra come doveva apparire 13 milioni di anni fa. Le pietre di Ica non sono gli unici documenti che attestano l’esistenza di “continenti perduti”. Nello Yucatan, in Messico, per esempio, William Niven trovò un petroglifo che riportava inspiegabili masse di terra nell’Oceano Atlantico e nell’Oceano Pacifico; ancora, il ricercatore James Churchward ritrovò, in Tibet, una tavoletta raffigurante “due continenti sconosciuti”. Ma torniamo ad Ica. Questa precisione nel tracciare quella che possiamo tranquillamente definire “la prima carta geografica della storia dell’uomo” ha fatto supporre che coloro che la realizzarono, evidentemente, potevano vantare un punto di vista privilegiato dal quale rilevare l’esatta posizione dei continenti: insomma, tanta precisione fa supporre che i realizzatori dell’incisione fossero in grado di viaggiare nello spazio. Questa ipotesi troverebbe conferma nelle figure presenti su altre pietre: su queste, sono raffigurate navi volanti, sospese in aria. Alcuni hanno ipotizzato che la loro capacità di volare (sempre se di questo si tratta) sia dovuta ad un campo elettromagnetico o ad un propulsore antigravitazionale. La fantasia, in questi casi, scavalca la scienza. Comunque sia, dando per buona questa ipotesi, troverebbe conferma l’ipotesi di Cabrera secondo cui Nazca altro non sarebbe che un antico porto spaziale per navi volanti. Secondo Cabrera, i tracciati andini sarebbero stati ricoperti, in passato, da un materiale sconosciuto, superconduttore e resistente alle alte temperature, che permetteva alle navi spaziali di atterrare in caduta libera senza alcun danno.


Conferma di queste teorie venne nel maggio del 1975, quando il geologo Klaus Dikudt dell’Università di Lima disse di avere rintracciato, lungo le linee, “frammenti di un materiale scuro, traslucido, infrangibile, leggero ma estremamente duro, tanto da rigare il quarzo. Il materiale analizzato aveva reagito in modo anomalo a tutti gli esami, ed era rimasto intatto perfino sottoposto ad una temperatura di 4000 gradi. Non si trattava di frammenti di meteoriti. La composizione e la provenienza di questo materiale resta ignota …”. La conferma della reale funzione di Nazca, per un circolo vizioso, confermerebbe la possibilità, per gli antichi geografi di Ica, di volare oltre i limiti dell’atmosfera e spiegherebbe, così, l’esattezza dei contorni degli antichi continenti terrestri tracciati sulle pietre. L’incredibile precisione delle carte è anche confermata da un “addetto ai lavori”. Alcune pietre sono tuttora esposte al Museo Nazionale dell’Aviazione Peruviana, a Lima, il cui ex direttore, il colonnello Omar Chioino, fece riportare su carta da esperti cartografi dell’aviazione i motivi incisi sulle sessanta pietre del museo. Alcuni disegni erano incredibilmente simili alle figure incise nel deserto di Nazca. “Solo chi è pratico di procedimenti di rilevamento topografico può comprendere che tipo di modello sia necessario per riportare in misure gigantesche un disegno originale in piccola scala, con assoluto rispetto delle proporzioni. I primi devono aver posseduto strumenti e sussidi di cui non sappiamo nulla […]. Inoltre escludo la possibilità di una contraffazione […]: il dottor Cabrera è stato sotto la sorveglianza del Servizio d’Informazione negli anni settanta e per un lungo periodo di tempo. Non è emerso nulla che lo potesse incastrare. La sua serietà è oggi al di sopra di ogni sospetto.” Per parlare delle incisioni raffiguranti “cataclismi planetari”, ossia la quarta categoria di Cabrera, dobbiamo fare nuovamente riferimento alla cosiddetta “pietra degli astronomi”, che abbiamo analizzato poco fa. In essa si possono notare, come già evidenziato prima, due persone intente ad osservare il cielo per mezzo di un telescopio: un oggetto volante sale verso il cielo mentre tre comete precipitano verso la Terra; le stelle sono ritratte con un insolito brillio, mentre un’immensa nuvola striata, che simboleggia la pioggia, segue la coda di una grossa cometa. I continenti appaiono semi sommersi mentre una stella precipita su quello che appare come un continente, oppure una grande isola. Per alcuni studiosi, questa incisione raffigurerebbe il grande cataclisma che fa da fil rouge a tutti i miti dei popoli della Terra (dall’Antico Testamento ai racconti mitologici dell’antica Mesopotamia, giusto per fare un paio di esempi) e che interessò la Terra migliaia di anni fa. Le prove concrete del suo verificarsi si troverebbero nello strato d’iridio presente nel suolo in notevole quantità, presenza che denota un incremento spiegabile unicamente con la caduta di meteoriti e non semplicemente con un incremento di attività vulcanica. La fascia del minerale è spessa ben cinquanta centimetri, il che fa ipotizzare che un grosso asteroide, o uno sciame di asteroidi, o la coda di una cometa, abbiano incrociato la traiettoria della terra. Altri indizi di un eventuale cataclisma ci arrivano dalla pietra raffigurante gli antichi continenti della Terra, che abbiamo analizzato poco fa.


Sul perimetro esterno si possono notare gruppi di piramidi, i vertici delle quali sono rivolti verso i continenti, e, tutt’intorno, una larga striscia di linee ondulate che sembra indicare un accumulo di vapore nell’atmosfera. Sapendo che le piramidi erano il simbolo di sistemi che servivano per captare, conservare e distribuire energia (come vedremo di seguito), è evidente che l’uso incongruo di tali sistemi doveva aver provocato una situazione di squilibrio. Il pianeta, ricevendo calore dal sole e non potendolo dissipare a causa di quell’enorme strato di vapore, era diventato un sistema termico chiuso. Giunto al punto di massimo accumulo, il vapore si deve essere convertito in acqua, precipitando sulla terra sotto forma di una pioggia interminabile, un vero diluvio, con conseguenze spaventose. Nello stesso tempo, l’eccesso di energia calorifica poteva avere intaccato anche lo scudo di Van Allen, l’involucro magnetico che circonda la terra e che la protegge dalle particelle ionizzate emesse dal sole. Quest’insieme di fattori doveva aver provocato un aumento di intensità nel campo gravitazionale della terra, con la conseguente cattura di corpi celesti che, penetrando attraverso le falle aperte nelle fasce di Van Allen, colpirono la terra con effetti catastrofici. Cataclismi di questo tipo (è stato confermato da geologi ed astronomi) sono una cosa avvenuta con buona certezza, nel passato del nostro pianeta. Riportiamo un fatto curioso. Tanto per non lasciare intatta nessuna via di indagine, si decise di far eseguire ad una sensitiva in stato di trance un esame psicoscopico su una pietra incisa, di cui ella non conosceva né la provenienza né la storia. Questo il risultato: "Vedo due individui. Un occhio vigile che guarda; un pungolo nella mano dell’altro. Com’è veloce il disegno! Quasi nemmeno pensato ed è già finito. è l’occhio di chi guarda, però, che sta guidando. La pietra mi dice: pazienza e osservazione. La vedo in mezzo ad altre. Non a caso i disegni sono ripetuti in tutta una serie. La soluzione è nella serie: non c’è il tre senza il due, non c’è il quattro senza il tre. Io vado dentro la terra … vado a segnare. Io segno, tu mi guardi. Tu con gli occhi mi dici quello che devo segnare e io segno quello che tu dici, perché tu sei che sai. Io non so. Io eseguo con la mano quello che tu mi dici con gli occhi, perché tu sai. Tu sai la vita: tu sai il prima e il dopo; tu sai dirmi come sarà, tu sai dirmi quello che è stato. Io solo segno. Altri ancora segnano: altri già prima hanno segnato”. Improvvisamente la sensitiva comincia ad agitarsi e a respirare affannosamente. “Acqua … vedo acqua. Acqua che bagna e liscia … acqua che lava … lava anche il ricordo! Lava tutto. Quanta acqua! Quanta acqua al passaggio di chi è stato! Basta! Non posso più tenere questa pietra! Non la voglio più! Toglietemela! … Ah, la mia testa! Che strano … la mia testa è una pietra nera come quella che avevo in mano …". Come detto all’inizio, molte delle pietre di Ica rappresentano anche operazioni chirurgiche. E le operazioni erano veramente di qualunque genere: trasfusioni, agopuntura con funzione anestetica, parti cesarei, rimozione di tumori, operazioni a cuore aperto (ricordiamo che siamo in anni antecedenti alle prime operazioni di Christian Barnard), a polmoni e reni, addirittura al cervello. Altre figure mostrano come i pazienti, prima di essere operati, fossero intubati e collegati a macchinari di alimentazione cardiaca; altre ancora mostrano strumenti chirurgici di estrema precisione; in altre ancora i corpi sono stati raffigurati in trasparenza, in modo che possano essere visibili gli organi interni, a testimonianza dell’avanzata conoscenza e a sottolineare che la struttura fisica degli individui era uguale alla nostra. Si tratta di raffigurazioni tali, è pleonastico dirlo, da far supporre un’estrema conoscenza medica da parte degli autori delle incisioni. Per far capire come questa conoscenza fosse stupefacente, faremo soltanto un paio di esempi. Come detto, molte incisioni rappresentano operazioni di trapianti d’organo. Una costante di ogni rappresentazione è la presenza, nella scena di una donna incinta: in ogni scena, la donna è collegata, tramite una sorta di cannula inserita nell’arteria radiale, sia al cuore rimosso dal donatore, sia al paziente ricevente. è evidente che la donna sta trasfondendo il proprio sangue sia al donatore che al ricevente. Riflettendo su questo punto Cabrera ipotizzò che nel sangue delle donne in gravidanza vi fosse una sostanza (un ormone, un enzima) capace di bloccare o limitare il problema principale dei trapianti, cioè il rigetto. Nel 1980 due medici, Ronald Finn e Charles St. Hill di Liverpool, condussero una serie di esperimenti legati alle intuizioni di Cabrera. Operarono trapianti di fegato, di reni e di cuore in animali trasfusi con plasma prelevato da femmine gravide e notarono un sensibile regresso dei fenomeni legati al rigetto. I due dottori non riuscirono ad identificare la sostanza che bloccava il rigetto, ma ipotizzarono che si trattasse di un ormone immuno-depressorio, cioè un ormone diverso dal progesterone (un ormone femminile fondamentale durante la gestazione e la gravidanza) conosciuto ed utilizzato già dal 1934 e non sempre rivelatosi efficace per prevenire l’aborto, che altro non è che un rigetto. Questo processo, come detto, ci è noto soltanto dal 1980; gli autori delle incisioni, invece, lo conoscevano già. Altro esempio: su una delle pietre è rappresentato, in tutte le sue fasi, un trapianto di cervello. Per noi si tratta di un’operazione impossibile da eseguirsi: al nostro livello di tecnologia, siamo in grado di mantenere le funzioni vitali cerebrali, ma non di unire il cervello trapiantato al bulbo rachideo, al midollo spinale, ai numerosi nervi presenti. Gli autori delle incisioni, però, pare fossero in grado di farlo. La conclusione di Cabrera fu che gli autori di quelle pietre avevano raggiunto una vasta e profonda conoscenza della scienza medica.


Le cinquanta pagine del V capitolo del suo libro sono dedicate alla spiegazione di come venivano eseguite operazioni chirurgiche molto complesse, soprattutto quelle di trapianto di vari organi. Quanto alle terapie mediche, unendo le conoscenze desunte dalle incisioni con quelle acquisite dalla moderna medicina occidentale, Cabrera ha proposto un nuovo ordinamento molecolare che ha descritto in una tesi dal titolo Teoria Biomicrofisica di Immunologia del Cancro, a cui ha collaborato il suo assistente, il dottor Luíz Cáhua Acuña. Per quello che riguarda la “flora e fauna”, su alcune pietre si possono osservare, oltre ai dinosauri, molte specie animali comparse molti anni dopo i grandi sauri e non tutti appartenenti alla fauna delle Americhe, quali struzzi, canguri, pinguini, cammelli e altri. Tra gli “altri”, vi è la rappresentazione di cammelli e lama con zampe di cinque dita. Esaminando le incisioni, Cabrera si ricordò che un archeologo peruviano, Julio C. Tello, aveva pubblicato uno studio sui queros (stoffe con figure intessute) di stile Tiahuanaco in cui erano rappresentati lama con cinque dita, come nei lama preistorici e a differenza di quelli attuali, che hanno zoccoli bipartiti. Alcuni studiosi avevano giudicato quei disegni come il prodotto della fantasia di artisti pre-colombiani che avevano voluto umanizzare i lama. Ma, a distanza di pochi anni, lo stesso Julio Tello aveva scoperto scheletri di lama con cinque dita. Questo ritrovamento, che avrebbe dovuto interessare archeologi e paleontologi, passò del tutto inosservato, così come era stata ignorata la scoperta di antropologi indiani, comunicata alla Accademia delle Scienze dell’U.R.S.S. nel 1973, di fossili umani estratti da rocce mesozoiche (fra i 230 e i 63 milioni di anni fa). Cabrera ebbe questa notizia dal dottor A. Zoubov, antropologo russo e membro dell’Accademia delle Scienze, in occasione di una sua visita per una serie di conferenze nei paesi latino americani. Parlando, invece, delle razze della Terra, su alcune pietre si possono distinguere esseri all’apparenza simili agli uomini, ma dotati di coda. Secondo un importante ricercatore, Charroux, che incontreremo anche in seguito, si tratterebbe di una civiltà a metà fra uomini e sauri. Un’ipotesi che trova conferma in molti racconti mitologici antichi, i quali narrano e riportano di “uomini simili a lucertole”. Viste più da vicino “le pietre dello scandalo”, torniamo ora a tracciarne per sommi capi la storia. In effetti, parlando delle pietre di Ica, si è soliti far cominciare la loro “storia” dallo studio condotto da Cabrera. Le cose, però, non stanno proprio così. Le pietre e le incisioni su di esse, infatti, erano conosciute dagli abitanti della zona dell’Ocucaje fin dal ‘500, come ci testimonia il cronista indio Juan de Santa Cruz Pachacuti Llamqui: nella sua opera, Juan descrive le piedras manco, ossia “pietre di potere” con estrema precisione, scrivendo anche come, durante il regno del re inca Pachacutec, in base ad un’antica tradizione, esse facessero parte del corredo funerario dei nobili. Un altro riferimento compare anche nel Noticias Historiales, opera dello spagnolo Pedro Simon conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi e risalente al 1626. In tempi più vicini ma sempre antecedenti a Cabrera, poi, furono Pablo e Carlos Soldi ad interessarsi alle pietre ed ai loro misteriosi disegni. Proprietari di grandi haciendas vicine a Ocucaje, incuriositi dai disegni, che giudicarono opera di fantasia di artisti sconosciuti, cominciarono a raccogliere quante più pietre possibile, tanto che nel giro di pochi anni collezionarono migliaia di pezzi. Altri seguirono il loro esempio e, tutti convinti di trovarsi di fronte a qualcosa di eccezionale, chiesero alle autorità di avviare delle indagini per scoprire il luogo del ritrovamento, luogo che gli huaqueros mantenevano ben segreto, e di iniziare uno studio scientifico delle pietre. Ma inspiegabilmente, fin dall’inizio, ci fu un atteggiamento ostile da parte degli organi competenti, che poi diede origine a due opposti gruppi in lotta accanita: quello dei sostenitori dell’autenticità delle pietre, e quello degli oppositori. Dopo i Soldi, venne Cabrera. Mentre il dottore organizzava la propria collezione presso la Casa della Cultura di Ica, Cabrera lesse un articolo di Santiago Agurto Calvo, rettore del Politecnico di Lima, e Alejandro Pezzia, archeologo peruviano, comparso sul supplemento scientifico del quotidiano di Lima El Commercio: nell’articolo, i due studiosi affermavano di aver trovato, nell’agosto di quell’anno, pietre simili a quelle di Cabrera in tombe databili ad un periodo antecedente a quello della civiltà Inca, tombe nelle quali le pietre erano probabilmente utilizzate come portafortuna o come rappresentazioni di divinità, come già indicato da Juan de Santa Cruz Pachacuti Llamqui nella sua cronaca. La scoperta di Calvo e Pezzia fu ripetuta dallo stesso Calvo a Max Uhle Hugel, una zona archeologica protetta. Lì, in una tomba risalente al I secolo a.C., Calvo raccolse oltre cento pietre e le fece analizzare dall’Istituto di Mineralogia del Politecnico del Perù, ottenendo il primo risultato di un certo rilievo: le pietre, in base allo stato di ossidazione che ricopriva la superficie, erano databili ad almeno 12.000 anni prima. Una ulteriore conferma giunse dal vecchio collega di Calvo, Pezzia, il quale rinvenne, in un’altra tomba pre-incaica, una pietra incisa simile alle Pietre di Ica. L’articolo pubblicato da Calvo e Pezzia attirò presso Ica numerosi scienziati ed eminenti studiosi. Molti di loro, anche senza aver esaminato le pietre, sentenziarono che si trattava sicuramente di falsificazioni, e neanche troppo ben elaborate, preparate dallo stesso Cabrera. Il sostenitore principale di questa linea fu Roger Ravinez, archeologo e membro dell’Istituto Nazionale di Cultura del Perù, il quale ammise che solo le due pietre estratte dalle tombe da Calvo e Pezzia erano autentiche, mentre le altre, in tutto simili, erano soltanto falsi. Che non tutte e settantamila (tante si stima siano state vendute, fino al 1980, dai contadini di Ocucaje) siano certamente autentiche, è cosa sicuramente plausibile: dopo il clamore destato dal caso, il valore commerciale delle pietre era cresciuto vertiginosamente, dunque la loro vendita, per i contadini, era ottima fonte di ricchezza. Tra i più importanti “falsificatori” (in spagnolo campesinos, abili incisori pronti a vendere finti reperti archeologici per raggranellare qualche soldo con i turisti) di Ica, stando a quanto da loro stesso affermato, ci sono due contadini, Basilio Uchuya e Irma Gutierrez, che, in un’intervista rilasciata a A. Rossel Castro per una rivista archeologica peruviana nel 1977, si dichiararono autori delle incisioni. I soggetti, dichiaravano i due, arrivavano dalle fonti più varie (fumetti, illustrazioni, libri scolastici e giornali); a lavoro finito, bastava mettere le pietre nel pollaio e le galline provvedevano a depositarci sopra una patina d’antico. Un’ipotesi plausibile, ma impossibile per vari motivi. Tanto per cominciare, come detto prima, le pietre erano conosciute fin dal ‘500; in secondo luogo, per realizzare settantamila incisioni, i due contadini avrebbero dovuto lavorare giorno e notte per almeno trent’anni, ad un ritmo di una pietra al giorno! Se si considera poi la durezza relativa delle pietre, vicina a quella del diamante, il loro presunto lavoro di incisori va incontro ad una difficoltà maggiore. Considerando, ancora, le analisi geologiche ed il fatto che i due contadini erano praticamente analfabeti e, di fatto, sprovvisti di conoscenze scientifiche anche elementari (fondamentali per la realizzazione della maggior parte delle incisioni e certo non rinvenibili solamente dalle fonti da loro citate), le affermazioni di Uchuya e Gutierrez sono definitivamente smentite.
Non tutti, naturalmente, sostenevano la falsità delle pietre. Robert Charroux, per esempio, nel 1977 condusse un’indagine all’insaputa di Cabrera, andando a intervistare i due contadini presunti autori delle incisioni. Dopo essersi convinto che questi mentivano, nel suo libro L’Enigme des Andes, confermò l’eccezionalità della scoperta di Cabrera: “Accettando l’autenticità delle pietre la storia del mondo dovrebbe essere riscritta da capo, ma gli uomini di scienza non accetteranno mai di fare una simile rivoluzione”. Dalla parte di Cabrera, anche il ricercatore francese Francis Mazière, famoso per il pionieristico lavoro svolto sulla cultura polinesiana dell’isola di Pasqua: dopo un accurato lavoro di reperimento e studio, nel 1974 Mazière ha definito le pietre come “l’enigma archeologico più sconcertante del sud-America”, escludendo la possibilità di falsificazioni. Incurante della campagna denigratoria che gli veniva mossa da ogni parte, Cabrera trasformò il proprio studio medico in museo e continuò lo studio e la classificazione delle pietre. Come avevano fatto Calvo e Pezzia prima di lui, anche Cabrera richiese a due enti competenti, la Compagnia di Ingegneria Mineraria Mauricio Hochshild e l’Istituto di Mineralogia e Petrografia dell’Università di Bonn, analisi sui suoi reperti; le analisi dell’Università di Bonn furono condotte dal dottor Eric Wolf, il quale fornì un risultato identico a quello della Compagnia di Ingegneria Mineraria Mauricio Hochshild e a quello di Calvo e Pezzia: le incisioni sulle pietre risalivano a 12.000 anni fa. Va detto, per inciso, che, recentemente, il ricercatore spagnolo, Vicente Paris, ha ottenuto una pietra dal professor Cabrera facendola analizzare a Barcellona da José Antonio Lamich del gruppo di ricerca Hipergea. Le analisi purtroppo hanno dato esito negativo, rilevando segni di carta abrasiva e lavorazione recente. Cabrera ha ammesso che parte della sua collezione viene dal campesino Basilio Uchuya, uno dei principali falsificatori delle pietre, dunque è possibile che la pietra analizzata da Paris sia un falso. Confortato da questo risultato, Cabrera continuò lo studio delle sue pietre. Analizzandole, abbiamo già visto quali furono le sue incredibili scoperte. Non abbiamo ancora parlato, però, della teoria di Cabrera circa gli uomini rappresentati nelle pietre, probabili autori delle incisioni. Per introdurre queste teoria, e per completare l’analisi degli studi di Cabrera, dovremo osservare ancora una volta le pietre da vicino.


Studiando sistematicamente un gruppo di circa 500 pietre, Cabrera si accorse che certi segni (spirali, triangoli, rombi, reticoli, foglie, frecce, linee) si ripetevano in posizioni diverse, a seconda delle diverse situazioni. Ne dedusse che si doveva trattare di una qualche forma di crittografia. Alla fine, con una buona dose di intuizione e di fortuna, riuscì a interpretare il significato di un buon numero di segni e arrivò a decodificare quella specie di linguaggio simbolico: la foglia era il simbolo della vita e indicava la trasformazione dell’energia solare in energia elettronica; le linee parallele erano il simbolo della vita vegetale, di un’energia organica e biologica di grado inferiore; le quadrettature oblique e le losanghe indicavano la vita animale; le linee verticali e orizzontali, la vita umana; le piramidi, complessi energetici di assorbimento, accumulo e distribuzione di energia. L’elemento di questo oscuro linguaggio fu individuato da Cabrera nella foglia. In molte pietre, gli individui impegnati in attività importanti portavano dei copricapo apparentemente formati da piume (ma un più attento esame rivelò trattarsi di foglie), mentre altri individui, nelle stesse scene, ne erano sprovvisti, quasi a suggerire la presenza di vari tipi con caratteristiche diverse. Cabrera contò più di cento posizioni in cui la foglia era collocata all’interno delle composizioni, evidentemente per suggerire differenti interpretazioni a seconda di come era accostata ai vari elementi. Cabrera si chiese se la costante presenza di foglie non indicasse una funzione particolare. In molte incisioni, i raggi di sole si insinuavano fra le foglie dei copricapo dei personaggi importanti e terminavano alla base delle loro teste, proprio nella zona della ghiandola pineale, o epifisi, presente alla base del cervello, in prossimità della nuca. Oggi sappiamo che l’epifisi è responsabile della produzione della melatonina, un ormone legato al sistema delle endorfine, che presiede ai ritmi del sonno e della veglia, e quindi all’alternanza energetica senza la quale un organismo non può reggere. Benché si trovi all’interno della scatola cranica, riceve la luce del sole attraverso un circuito nervoso che trasmette la luce dalla retina fino alla ghiandola. Più di venti anni fa, quando l’epifisi veniva ancora definita inutile, Javier Cabrera rilasciò queste dichiarazioni alla rivista argentina El Insolito: "Si sa che le foglie si sviluppano per mezzo della fotosintesi e perché la fotosintesi avvenga è necessaria la luce del sole, fonte primaria di energia. Allo stesso modo la ghiandola pineale cattura l’energia solare cosmica e la trasforma in un altro tipo sconosciuto di energia, che io chiamo energia conoscitiva. Le foglie che compaiono sulle teste di alcuni individui sono una rappresentazione simbolica di un mezzo che permetteva loro di stimolare il cervello, per sviluppare le loro funzioni conoscitive, così come di convertire l’energia solare e cosmica in un tipo di energia conoscitiva. Sfruttando l’attività della loro ghiandola pineale, quegli esseri erano in grado di trasformare il corpo organico in corpo puramente energetico. Mi chiedo se la nostra umanità sarebbe in grado di gestire una simile fonte di energia. Guardando a quanto accade oggi con il nucleare, direi di no." Un altro dettaglio a conferma del ruolo che l’epifisi doveva avere nel fornire non solo energia conoscitiva ma anche organica appare nelle medesime incisioni con gli individui trafitti dai raggi di sole. Le teste, disegnate di profilo, hanno una bocca piccolissima, chiusa dietro da una specie di graffa, chiara allusione al fatto che quegli esseri non si alimentavano per via orale. Stupefatto dall’enorme sapere di quegli strani esseri, come testimoniato dalla varietà di conoscenze rappresentate sulle pietre, Cabrera decise di chiamare quegli antichi esseri “Antenati Superiori” e definì la loro civiltà “Glittolitica”.
E riguardo il loro aspetto inconsueto (corpi piccoli e tondi da bimbi e teste grandi con profili adunchi da vecchi): "Per quanto riguarda le figure umane rappresentate nelle incisioni, anche se è probabile che non vi sia una estrema fedeltà ai modelli, dato che si tratta di disegni simbolici, penso tuttavia che per certi aspetti non fossero diversi da come appaiono. è evidente la sproporzione fra la testa, il corpo e gli arti. La testa è voluminosa, e ancor più il ventre; gli arti superiori sono lunghi, le mani hanno dita sottili e il pollice non è in posizione opposta. Gli arti inferiori sono robusti e corti. Dato che la finalità dell’umanità glittolitica era l’aumento delle qualità intellettive per incrementare e conservare le conoscenze acquisite, la conformazioni fisica degli individui dovette adattarsi al costante esercizio delle funzioni conoscitive. Pertanto il cervello doveva avere dimensioni notevoli; le braccia potevano non essere robuste e le mani, non dovendo assolvere a funzioni meccaniche, non avevano bisogno di un pollice in posizione opposta. Le gambe corte e forti e il ventre pesante, spostato in basso, bilanciavano il peso della testa, sproporzionatamente grossa." I vari individui appartenenti a un diverso livello evolutivo, che Cabrera identificò in cinque tipi differenti, sono riconoscibili da certi segni caratteristici che rivelano le loro diverse capacità e attitudini. Ma da dove arrivavano le conoscenze di questa antica civiltà? Per rispondere a questa domanda, che si ricollega ai cinque gruppi evolutivi di cui appena più sopra, osserviamo ancora le pietre. In una incisione appare, in forma simbolica, il processo di trasmissione di codici di conoscenza fra esseri di diversa struttura ed evoluzione. Su un lato della pietra, si può osservare il disegno di un individuo dal copricapo di foglie (perciò un essere superiore), mentre, sull’altro lato, si nota un essere dall’aspetto quasi animalesco. Una delle foglie che coronano la testa dell’essere superiore si allunga fino a inserirsi nella testa dell’altro individuo: ricordando che la foglia è il simbolo della carica energetica e dell’evoluzione intellettiva, è evidente, in questa incisione, l’allusione alla possibilità di trasmettere informazioni da soggetto a soggetto. Le incisioni suggerirebbero, insomma, che l’evoluzione umana non sarebbe stata un processo naturale e spontaneo, ma sarebbe stata programmata e diretta da individui appartenenti a una civiltà più avanzata su soggetti biologicamente e intellettualmente inferiori. Secondo Cabrera, gli autori delle incisioni sarebbero stati proprio gli individui che, una volta ricevuti i codici di conoscenza, furono in grado di tramandare quanto era stato loro trasmesso. Visti tutti questi fatti, cerchiamo di tirare le somme di quanto detto finora. Secondo Cabrera, in base a quanto riportato dalle pietre, almeno 12.000 anni fa (ma forse anche 65 milioni di anni fa) sulla Terra sarebbe esistita una razza, la razza Glittolitica, in possesso di conoscenze scientifiche al di là di ogni nostra immaginazione. L’origine di questa razza rimane, naturalmente, avvolta nell’oscurità. Per Cabrera potrebbe trattarsi di una razza di origine extraterrestre, insediatasi in Perù ed entrata in contatto con i primi ominidi, i quali sarebbero stati oggetto di esperimenti per un’evoluzione guidata del genere umano. Questa teoria conferma quella espressa nel volume Perù, incidents of travel and explorations in the lands of Incas, pubblicato a New York nel 1887. L’autore, Ephraim George Squier, un archeologo nord americano, dopo aver studiato minuziosamente le civiltà dell’antico Perù, si era convinto che nella storia peruviana erano esistite due distinte epoche culturali: una situata in un tempo molto lontano, detentrice di una conoscenza scientifica molto avanzata, e l’altra, quella degli Incas, di un livello culturale molto più basso.
Squier pensava che fra queste due culture doveva essere intercorso un tempo difficile da precisare, ma enorme. Era anche convinto che le gigantesche costruzioni sparse nel territorio peruviano erano la testimonianza di una tecnologia avanzatissima, patrimonio di una umanità sconosciuta. Trovandosi nelle vicinanze di un’immane catastrofe planetaria (forse quella che ha causato l’estinzione dei dinosauri, causata da un evento naturale o da un uso sbagliato della propria tecnologia), questa civiltà, consapevole della propria fine, avrebbe affidato a delle pietre la memoria della propria esistenza, della propria cultura e della propria sapienza ed un monito a non commettere gli stessi errori. Scomparsi i glittolitici (estintisi o, più probabilmente, ripartiti verso il proprio mondo di origine, che Cabrera individua nelle Pleiadi, [coincidenza: in Perù, il giorno di San Giovanni si festeggia l’Inti Raimi, il dio Sole: ricordando il momento in cui la Terra si trovava perfettamente allineata con il Sole e le Pleiadi]), la Terra sarebbe ripiombata nella preistoria, facendo diventare ciò che era realtà un mito, un racconto di fantascienza, un’assurda fantasticheria. E siamo alla conclusione della storia. Anche perché il suo più importante personaggio, il dottor Cabrera, è scomparso di recente e, con lui, è venuto scemando anche l’interesse per le pietre di Ica. Quale sia la verità, probabilmente non lo sapremo mai. Però, osservando quelle pietre, non si può non pensare che il passato, a volte, potrebbe dover ancora venire.

 

tratto da: cerchinelgrano.info e itis.volta.alessandria.it

Controversia

Un giudizio di valore sull'argomento trattato nelle pagine precedenti è di quelli che non hanno vie di mezzo: o si tratta di una questione della massima importanza, capace di gettare una nuova luce sulla protostoria dell'umanità, oppure di una disprezzabile falsificazione senza valore. Accade purtroppo sovente, però, che ci si "schieri" in favore dell'uno o dell'altro "partito" soltanto in funzione della propria "ideologia", della proiezione dei propri "desideri" concettuali, anche inconsci, del grado di fiducia nella propria visione del mondo, o della resistenza a modificarla. Per esempio, gli estimatori della Weltanschauung scientifica, elaborata all'interno della civiltà occidentale a partire dal Rinascimento in poi, non esiteranno ad iscrivere questa vicenda nell'elenco delle "ciarlatanerie" di stampo fantarcheologico o ufologico che oggi imperversano - allo stesso modo che una mentalità "razionalistica" come quella dello scrivente respingerà senza esitazioni a priori il valore di considerazioni quali l'"esame psicoscopico eseguito da una sensitiva" cui fa riferimento la relazione della Petruccelli. Al contrario, coloro che sono già stati portati a dubitare dell'eccellenza del detto sistema filosofico, o nutrono antipatia per esso, o per alcune delle sue conseguenze in campo etico e sociale, presteranno invece attento orecchio a racconti del genere di quello qui narrato. Ma ubi est veritas? Ci sembra pertanto di fare al solito cosa utile ai lettori di Episteme con il renderli edotti di diversi punti di vista espressi sull'argomento*, a cominciare da un articolo di Giuseppe Sermonti che, tra le numerose altre decise stroncature provenienti dal mondo della scienza "ufficiale", si mostra sapientemente equilibrato (forse perché il suo autore ha il merito di essere sì uno scienziato, ma capace di uscire quando è necessario dal "coro"). Non possiamo qui che convenire con l'auspicio che Sermonti** - biologo di fama internazionale, e soprattutto noto per le sue critiche al darwinismo, oggi una componente essenziale della comune "concezione scientifica del mondo" - esprime alla fine delle sue considerazioni: bisogna studiare la questione più a fondo, evitando il rischio che venga trasferita "nel catalogo buffo degli extraterrestri e del paranormale" (si possono in effetti trovare ampie notizie sulla vicenda delle fenomenali pietre in riviste il cui contenuto oscilla sovente tra l'invenzione leggendaria, il sensazionalismo dei mitomani, e il resoconto affidabile, quali per esempio: Hera, N. 10, ottobre 2000, "Nuova luce sulle pietre di Ica"; Nexus, NN. 4 e 5, aprile e giugno 1996, "Perù 61 - Storie di pietra").

Sembra potersi onestamente affermare che pervenire a una conclusione affidabile con le informazioni che si hanno adesso a disposizione non è poi così agevole, tra numerose rappresentazioni più o meno deformate della realtà, a partire da quelli che dovrebbero essere invece i "dati" più semplici. Cabrera è un odontoiatra, ciò che afferma nel seguito Randi, o un medico-chirurgo dell'ospedale regionale di Ica, come scrive la Petruccelli? (Randi lo descrive addirittura quale persona che produce alcuni falsi da sé, in pochi minuti, usando appunto un trapano da dentista; ipotesi molto poco credibile, tanto più che successivamente lo stesso autore parla di espedienti per simulare l'antichità dei manufatti). E' del tutto uno sprovveduto in campo archeologico e paleontologico, secondo talune sue descrizioni, o no? Chi scrive queste righe lo ha conosciuto di persona, e per quanto la memoria sia affidabile, lo ricorda uno studioso che svolgeva anche funzioni di insegnamento universitario. Rammento per certo infatti di aver visto, tramite lui, delle foto che lo ritraevano durante escursioni "sul campo" assieme a suoi giovani allievi, e tra tali immagini alcune pareti rocciose nelle Ande, in cui uova di dinosauro erano inequivocabilmente al di sopra dei resti di rovine (mura etc.) di manifesta origine umana. Se un'accorta prudenza è doverosa nell'affrontare una questione dai risvolti così importanti, l'atteggiamento di coloro che cercano frettolosamente ("Within an hour"!) di negare tutto appare invero costruito sulla base di indizi molto fragili, quali quelli riferiti da Randi, e soprattutto di "preconcetto"; non può dirsi quindi accettabile senza che vengano effettuate ulteriori approfondite indagini, e ne siano divulgati in modo esauriente i risultati. Che sia fiorito a un certo punto un "mercato" delle imitazioni delle pietre è facilmente concepibile, ma il dubbio se ce ne sia qualcuna autentica ovviamente rimane (anche i detrattori riferiscono di almeno due pietre rinvenute da "esperti" al di fuori di ogni dubbio di raggiro, ma non ci informano se questi particolari oggetti presentino raffigurazioni del tipo giudicato "impossibile", o no). Le "spiegazioni" degli "avversari" per partito preso, alcune delle quali qui di seguito riportate, si presentano talora un po' ingenue, perfino controproducenti, come ben sottolinea la Petruccelli. Una pietra di 500 chilogrammi è facilmente vendibile sul mercato dei turisti? Chi mai falsario si accingerebbe alla faticosa impresa? E perché non si mostrano le pagine di quei libri dove i contraffattori locali avrebbero trovato l'ispirazione per riprodurre immagini di trapianti negli anni '60, quando la prima famosa operazione del genere, effettuata dal cardiochirurgo Barnard, risale solo al 1967? Si può credere senza sforzo che una persona qualsiasi, non dotata di particolari competenze specifiche, abbia idee tanto accurate su alcuni dei dettagli concernenti siffatte pratiche chirurgiche? E avrebbe fantasticato di quegli strani uomini, la cui rappresentazione avrebbe dovuto far sospettare subito ai potenziali clienti una possibile simulazione, e sarebbe riuscita quindi svantaggiosa per gli interessi del falsario stesso? Da quale fantasia e cultura sarebbe originata l'idea di incidere sulle pietre il ciclo evolutivo di animali preistorici, contenente dettagli che solo oggi sono conosciuti agli scienziati? Un semplice tombarolo avrebbe davvero potuto pensare di raffigurare l'uccisione di un dinosauro attraverso un attacco sul dorso, dove è stato stabilito risiedesse uno dei centri del sistema nervoso dell'animale? E' questa una nozione di tipo "comune", che si trova negli ordinari libri di scuola del Perù? Si sostiene inoltre che le pietre siano manifestamente delle contraffazioni, per il fatto che il loro stile non ha niente a che fare con quello degli altri più comuni reperti archeologici del luogo, senza tenere conto che questo è un elemento a favore della tesi completamente opposta: solitamente, un falsario di antichità imita il già noto, non "crea". Per quanto riguarda lo stesso Cabrera, prima viene descritto come un sempliciotto, caduto nella rete di furbi campesinos che avrebbero prodotto i falsi da soli, poi secondo Broch sarebbero in parte responsabili del raggiro addirittura anche degli esperti di Belle Arti; infine, lo si descrive pure impegnato in prima persona sul campo a ricercare dei reperti in proprio (quest'ultima circostanza risulta autentica, come si diceva, allo scrivente). Bisogna poi soprattutto saper separare l'interpretazione che dà delle pietre colui che ne è il principale collezionista, dalla loro eventuale esistenza oggettiva come reperti degni di studio. Di fatto, le conclusioni del medico andino, così come riportate dalla Petruccelli o da Sermonti - tramite il libro da questi citato - appaiono a dir poco "ingenue", laddove si parla di: "un'umanità vissuta almeno sessanta milioni di anni fa [...] [che] ha voluto anche trasmettere un messaggio che è in realtà un ammonimento. Avendo compreso di aver compromesso l'equilibrio e il metabolismo del pianeta con un uso anarchico dell'energia, tanto da aver provocato una catastrofe immane, volle lasciare un avvertimento per impedire a dei probabili posteri di ripetere lo stesso errore che aveva portato alla scomparsa della loro civiltà"***, oppure quando ipotizza un intervento extraterrestre a favorire l'evoluzione umana. Le cose da dire sarebbero ancora molte, ma è ormai tempo di lasciare spazio ai commenti annunciati, esprimendo l'auspicio finale che "ben altri studi, competenze e autorevolezze" riescano a dire una parola conclusiva sull'argomento - anche se l'impresa non sembra facile, vista tutta la cortina distesa a protezione delle concezioni darwiniste, sulla quale ritorneremo in questo stesso numero di Episteme nella rubrica che ospita le recensioni... * Che pubblichiamo in conformità alle disposizioni in materia di stampa e diritto d'autore, in quanto secondo l'Art. 70 dell'attuale normativa: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti d'opera, per scopi di critica, di discussione ed anche di insegnamento sono liberi nei limiti giustificati da tali finalità e purché non costituiscano concorrenza nell'utilizzazione economica dell'opera
Il riassunto, la citazione o la riproduzione debbono essere sempre accompagnati dalla menzione del titolo dell'opera, dei nomi dell'autore, dell'editore
etc.". ** Il Prof. Sermonti si era peraltro già espresso a favore di un'umanità preistorica alquanto "evoluta" dal punto di vista delle conoscenze astronomiche (al corrente della precessione degli equinozi sin da 15/20mila anni prima di Cristo) nell'interessante: "Le nostre costellazioni nel cielo del paleolitico", Giornale di Astronomia, N. 3, 1994. *** E non tanto perché debba ritenersi del tutto fantastica l'ipotesi di una (o più) immani catastrofi nel passato del nostro pianeta, ma perché queste sono state occasionate verosimilmente da eventi in nulla connessi con la volontà degli esseri umani, i quali, se c'erano!, ne hanno soltanto forzatamente subito le conseguenze. (UB)

Le pietre magiche precolombiane restituiscono un Adamo tecnologico

Le incisioni di Ica propongono uomini, dinosauri e tecniche chirurgiche (Giuseppe Sermonti) Nel 1961 il Rio Ica, un secco letto di fiume presso la città omonima, in Perù, inaspettatamente montò in piena e le acque inondarono il deserto circostante trascinando in superficie una quantità di pietre incise, con le raffigurazioni più disparate e sorprendenti. Esse finirono nelle mani di poverissimi campesinos che si misero a raccoglierle, a ve[n]derle e, a loro dire, a costruirne di false (un modo pare, per consentire loro di vendere ciò che sarebbe state vietato, cioè reperti archeologici originali). Nel 1966 Javier Cabrera, un medico locale, ricevette in dono un esemplare con inciso uno strano rettile. Affascinato dall'oggetto si dedicò al reperimento di altre pietre incise e in pochi anni ne collezionò più di diecimila. Delle pietre di Ica si interessarono anche alcuni archeologi peruviani, che le classificarono come "pietre magiche di culture precolombiane" o come "misteriose pietre del deserto di Ocucaje" (El Commercio, Lima, 11 dic. 1966). Le incisioni erano insolite e arcane, e presentavano, tra oggetti di una remota arcaicità, uomini dai lunghi nasi e dai tratti di una razza ignota. Quanto erano antiche quelle pietre incise? Un primo esame dello strato di ossidazione che copriva le incisioni assegnò a queste 12.000 anni. Cabrera si è fondato sulla presenza davvero straordinaria, in alcune pietre incise, di figure umane affiancate da immagini di specie preistoriche estinte da miloni di anni. Un vero museo di dinosauri, stegosauri, tirannosauri, brontosauri, triceratopi, lambeosaurini. Per il medico archeologo non c'era via d'uscita: o i dinosauri erano sopravvissuti fino ad epoca recente, o un uomo di specie ignota era vissuto decine e decine di milioni d'anni fa. Il reperto più notevole, ridisegnato su foglio dagli esperti dell'Aeronautica peruviana, rappresenta una figura volante geometrizzata al lati della quale sono situati due stegosauri.
L'incisione è completata da tre ometti, due intenti ad osservare, dal "drago volante", due dinosauri, attraverso tubi simili a telescopi, il terzo impegnato con uno strumento appuntito a ferire il dorso di uno dei due dinosauri. Il grande problema posto dalle pietre di Ica è come possano trovarsi su una stessa rappresentazione uomini e dinosauri. La paleontologia ufficiale ritiene che "uomini" siano comparsi sulla Terra (emergendo da un vuoto paleontologico) circa 4-5 milioni di anni fa. D'altro lato i dinosauri sarebbero scomparsi ben 65 milioni di anni fa. Cabrera opta per la straordinaria e incredibile presenza di una specie umana (il suo uomo "gliptolitico") antica di 65 milioni di anni. Gli autori del libro che sto recensendo, Petratu e Roidinger, e la presentatrice Luciana Petruccelli - tutti e tre umanisti - lo seguono su questa strada, mentre la scienza si ritrae scandalizzata. Una specie umana così remota non è concepibile! Due spiegazioni, meno "scandalose'', per questa sopravrapposizione uomo-dinosauri sono proponibili. L'una è che mostri o draghi siano creature fantastiche emergenti da un "inconscio collettivo", e siano state affiancate all'uomo, come in tante tradizioni babilonesi, cinesi o medievali. Nessuno ha mai preteso che il Drago di San Giorgio fosse un dinosauro sopravvissuto e la Chiesa ha addirittura derubricato il santo eroe dalle sue agiografie per lesa paleontologia. È notevole che i draghi di Ica abbiano una foglia o una fronda emergente dalle fauci, come i draghi cinesi, che esprimono così il loro potere generatore o demiurgico. Questa spiegazione è tuttavia poco compatibile con il vasto repertorio di dinosauri reperibile sulle pietro di Ica e con la fedeltà anatomica delle riproduzioni. Una seconda spiegazione è che gli uomini "gliptolitici" fossero paleontologi ante litteram. Cioè, che essi avessero ricostruito, da gigantesche ossa fossili per caso dissepolte, i grandi mostri antidiluviani. Bisognerebbe dar loro la patente di paleontologi dl vaglia, ma non sarebbe la professione più inarrivabile tra quelle che Cabrera attribuisce loro. Lo stesso studioso (che non prende neppure in considerazione l'idea di paleontologi preistorici), racconta questa leggenda degli indiani Zuni del Nuovo Messico: "Un tempo vivevano sulla Terra mostri enormi, muniti di orribili denti e artigli. Poi quelli del cielo dicono agli animali: 'Vi trasmuteremo in pietra, così che non possiate a fare più male agli uomini, ma invece rechiate loro giovamento'. Dopo di che la crosta terrestre si indurì e le bestie diventarono di pietra". Non è questa una descrizione della fossilizzazione? Allora veniamo all'ipotesi, o alla rivelazione, di Cabrera. Che specie umane esistano da epoche molto, molto, ma molto più antiche di quel che noi supponiamo. Il sottotitolo di copertina ci offre una data da trattenere il respiro: 65 milioni di anni. Quel che è necessario per raggiungere, sulla macchina del tempo, i dinosauri. Non è indispensabile, naturalmente, che anche le incisioni sulle pietre di Ica abbiano quella età: è sufficiente che da quell'età le abbia raggiunte una tradizione (orale o grafica) e che questa sia stata trasferita in seguito su incisioni litiche. A me sembra impossibile, francamente, che incisioni così intatte possano aver sopportato le decine di milioni di anni. Ho avuto in mano una di quelle pietre, sembrava incisa ieri mattina. Il racconto degli uomini è più tenace della superficie delle pietre, particolarmente se fissato sulle stelle o, chissà?, su ricami. Le ricerche di Cabrera, e il libro che ne riferisce, sono rivolte, a questo punto a trasmettere il clamoroso messaggio di una specie umana, altamente sviluppata, vissuta al tempo dei dinosauri. Cabrera arriva a ipotizzare che questa specie sia extraterrestre e che, atterrata in Perù, abbia operato - geneticamente e chirurgicamente - per trasformare un ominide barbaro indigeno in un intellettuale. Successivamente avrebbe abbandonato la Terra, prima del diluvio universale, cui solo pochi uomini trasformati sarebbero sopravvissuti, per lasciare la discendenza umana delle Americhe. A questo punto io mi fermerei. Non mi sembra che le pietre di Ica diano un contributo determinante alla tesi di un uomo coevo dei dinosauri, per non parlare del suo Pigmalione extraterrestre. Certamente l'uomo moderno, pur non avendo praticato dinosauri vivi, ne è stato così ossessionato da rendere la Terra del 2000 un Jurassic Park. Beninteso, sono pronto a riprendere in considerazione la tesi della contemporaneità, anche se i rari ritrovamenti archeologici che la confortano sono, al momento, ancora indiziari e non connessi alla documentazione di Ica. Penso che per affermare una tesi così sconvolgente occorrano ben altri studi, competenze e autorevolezze, e che circoscrivere il valore delle pitture di Ica a questa asserzione rischia di trasferirle nel catalogo buffo degli extraterrestri e del paranormale. Le pietre di Ica sono di per sé sorprendenti e ricchissime di informazioni, pur se circoscritte ad un'età di "almeno 12 mila anni". Esse meritano dapprima di essere separate, come le pietre del minatore, in vere, dubbie e false. Andrebbero poi sottoposte ad una analisi tipologica e studiate in cerca di significati, simbologie, convenzioni grafiche, mitologie, conseguimenti tecnologici, strutture sociali, culti e quanto è possibile. Non è detto che la grandezza di un'umanità debba misurarsi sui risultati e le scoperte dell'ultimo secolo: trapianti cardiaci, deriva dei continenti, stelle gemelle o voli spaziali.
Se Ica diventasse la Çatai Huyuk dell'estremo occidente sarebbe una scoperta archeologica di prima grandezza. Pretendendo di diventare l'Atlantide rischia di scomparire come il continente perduto. Quando i reperti della gliptoteca di Cabrera avranno conquistato il loro giusto riconoscimento, allora si potrà riconsiderare la modesta proposta che il mondo sia capovolto, che l'uomo sia il primo arrivato dei mammiferi, e che una grandissima civiltà abbia preceduto le venerabili civiltà del passato e la orgogliosa civiltà del presente. C. Petratu e B. Roidinger, "Le Pietre di Ica". Edizioni Mediterranee, pp. 200, lire 25.000. (da Il Tempo, 18 marzo 1997)

Le "pietre di Ica", un caso da fumetto di fantascienza Resiste da quarant'anni e continua a fare proseliti l'incredibile beffa delle incisioni in cui compaiono insieme superuomini e dinosauri Un medico peruviano ne ha collezionate 15mila convinto che siano documenti di un'antichissima civilta' (Viviano Domenici)
Per gli europei il Perù è stato per secoli un luogo quasi leggendario: il Paese dell'oro, dei tesori nascosti, di civiltà esotiche e misteriose. Ancora oggi, nonostante l'era dei jumbo e dei viaggi organizzati, questo alone non s'è dissipato del tutto e da quell'antica terra emergono in continuazione vecchi e nuovi "misteri", accolti con entusiasmo sospetto da stampa e Tv. Uno dei più sconcertanti e grossolani è quello delle cosiddette "pietre di Ica". Ica è una cittadina della costa meridionale del Perù, dove un medico - il dottor Javier Cabrera Darquea - colleziona da quarant'anni pietre sulle quali sono graffite scene in cui compaiono uomini che cavalcano dinosauri, che eseguono trapianti di cuore o di cervello, che volano in groppa a pterosauri, che scrutano pianeti con lunghi cannocchiali e altre fantasie del genere. Sono pietre di origine vulcanica (andesite), piccole pochi centimetri o grandi quasi un metro e pesanti fino a 500 chilogrammi, con la superficie levigata dall'azione delle acque. Cabrera ne ha raccolte nel suo museo personale circa 15 mila, convinto che le incisioni siano state realizzate tra 65 e 230 milioni di anni fa da un'umanità superevoluta che poi tornò alla barbarie lasciando le pietre incise a testimonianza del suo straordinario sapere. Già i popoli precolombiani - sostiene Cabrera - trovavano queste pietre e qualche volta le riponevano nelle loro tombe in ricordo dei lontanissimi antenati. Cabrera non ha mai nascosto che le pietre gli sono state fornite - dietro compenso naturalmente - dai contadini della zona di Ocucaje, non lontana da Ica, ma non gli è mai venuto il dubbio di essere oggetto di un raggiro; forse anche perché ha sempre avuto il conforto di frotte di creduloni e l'appoggio dei mezzi d'informazione che - per cinismo o ignoranza - hanno divulgato ai quattro venti il "mistero delle pietre di Ica". In realtà, è sufficiente guardare i disegni incisi per rendersi conto che hanno a che fare più con "Gli Antenati" di Hanna e Barbera, che con preziosi reperti archeologici. Ecco in sintesi le principali tappe della vicenda. Nel 1961, compaiono sul mercato dei tombaroli peruviani pietre incise che non hanno niente a che fare con tutto quanto gli archeologi hanno scoperto nelle migliaia di tombe scavate nell'area Paracas e Ica a partire dai primi del Novecento. Cabrera comincia a collezionarle sostenendone l'autenticità e l'antichità. Nel 1966, nel pieno delle polemiche sorte attorno a queste strane pietre, l'archeologo S. Agurto Calvo comincia a cercarle e immediatamente ne trova una con incisioni geometrico-lineari sul fondo di una tomba già visitata dai tombaroli. Pochi giorni dopo un altro archeologo, A. Pezzia, ne trova un'altra in una tomba anch'essa già depredata. Subito dopo queste notizie, arrivano sul mercato migliaia di nuove pietre incise. Dopo quei due "singolari" ritrovamenti, gli archeologi non trovano più nulla. "Abbiamo dedicato persino troppo tempo a questa ridicola faccenda - dichiara il celebre archeologo peruviano Federico Kauffmann Doig - e non credo che la questione meriti altra attenzione". Ma Cabrera non si arrende, continua a collezionare pietre e nel 1968 pubblica un voluminoso libro sull'argomento, immediatamente seguito da una nuova ondata di pietre con incisioni a soggetto chirurgico, particolarmente apprezzate dal medico-collezionista di Ica. Nel 1977, A. Rossel Castro pubblica su una rivista archeologica peruviana un'intervista a un certo Basilio Uchuya, un campesino di Callango, il quale dichiara di avere fatto lui, insieme ad alcuni soci, le pietre incise vendute poi al dottor Cabrera. Per i soggetti da incidere - dichiarò il campesino nel corso di un successivo interrogatorio della polizia - non c'erano problemi: fumetti, illustrazioni di libri scolastici e giornali fornivano modelli in quantità; a lavoro finito bastava mettere le pietre nel pollaio e le galline provvedevano a depositarci sopra una patina d'antico. Insomma, se a Ica c'è un "caso", si tratta di un caso umano, piuttosto che di un caso archeologico. Ma gli adoratori del mistero continuano a sognare antichissime civiltà superiori e loschi complotti della "scienza ufficiale". * * * * * C'è di tutto: Atlantide, trapianti di cervello, viaggi tra le stelle Visita guidata alla surreale biblioteca pietrificata del dottor Javier Cabrera Darquea, mentre alla porta bussa un'altra comitiva di visitatori (Elisabetta Rosaspina) ICA (Perù) - Il dottore riposa, spiega una sorta di perpetua affacciata al balcone. Riposa, come ogni pomeriggio, fino alle 4. Poi aprirà il suo museo a chi busserà alla sua porta. Come ogni giorno. Preciso e invariabile come la giacca di lana spigata e un po' sgualcita che indossa senza badare ai 28 gradi di Ica, 4 ore di auto a sud di Lima attraverso un paesaggio lunare e poi, inaspettatamente, soleggiato. Il profeta vive qui, dietro un portone, sull'angolo della piazza principale, grande e squadrata intorno alla fontana e a una mostra fotografica del Comune sulle discariche urbane. La sapienza non ha fretta di rivelarsi e, per questo, appare perfino credibile. Javier Cabrera Darquea, per i suoi concittadini "il dottore", non interrompe mai la siesta per fare proseliti e, ai visitatori, non impone mai le sue convinzioni né dispensa dall'alto la sua scienza: lascia che gli ospiti arrivino da soli alle inevitabili conclusioni.
Come, da soli, o grazie a poche righe su una guida turistica, sono arrivati alla porta di legno del suo malandato museo, identificabile soltanto da una targhetta d'ottone con nome e cognome. Il titolare del tutto tira fuori di tasca le chiavi, gira tre o quattro mandate, apre, "attenzione al gradino", e presenta il suo antro, con un gesto circolare e solenne della mano: "Questa è una bibliooteca - indica metri e metri di scaffali sbilenchi -, una biblioteca in cui i libri sono le pietre". Ombre grigie sistemate alla rinfusa. Il dottore preme un tasto e le luci al neon rivelano tre piccole stanze senza finestre. Si direbbe il deposito dei doppioni di un istituto di mineralogia. Accettando la metafora della biblioteca, sembrano libri tutti sullo stesso argomento o quanto meno rilegati dalla stessa mano. Cambia la sfumatura di grigio delle pietre, colore dell'asfalto o quasi nere, allineate sui ripiani in doppia o tripla fila. E cambiano le dimensioni: da ciottolo a masso. Dal tascabile all'enciclopedia. Javier Cabrera li individua muovendo una lunga bacchetta, come quella dei maestri elementari di una volta, e interroga: "Che cosa vedete qui? I continenti, esatto - approva sfiorando con la punta dell'asticella un approssimativo mappamondo di pietra -. Non notate altro? Sono sei, giusto. Ce n'è uno in più. E, dunque, qual è il continente scomparso? Atlantide? Bravi. Avete già capito". Una pietra più piccola attira la sua attenzione e la sua bacchetta: "Che cosa rappresentano per voi queste incisioni? Un drago? No, non proprio. Osservate meglio: è un brontosauro, vero? Che cosa sta facendo? Già, sta proprio divorando un uomo. Voi direte: impossibile, sono animali preistorici, erano estinti da milioni d'anni quando l'uomo è comparso sulla terra. Invece no: ecco la prova della loro coabitazione" esulta come se gliel'avesse portata il visitatore. Nella biblioteca di pietra il tempo si annulla, e tutto sembra davvero possibile. L'omino millenario inciso con le fattezze e un casco rudimentale da esploratore spaziale. Il draghetto preistorico che non riesce ad addentare un angelo. Le tredici costellazioni che l'astronomo di una perduta civiltà aveva già localizzato in barba agli attuali, sofisticatissimi telescopi. Le scoperte scientifiche degli ultimi anni, i grandi successi del progresso sfilano sotto la bacchetta del dottor Cabrera, sulla superficie levigata dei suoi volumi pietrificati, piombati dal passato o da un altro pianeta a scardinare tutte le certezze ufficiali. Pacato, impermeabile ai sorrisi scettici, il profeta di Ica, un ex medico, prosegue la sua visita guidata fino al cuore del piccolo museo, il suo studio, pieno di libri di archeologia, astrofisica, palentologia e fotografie di lui medesimo, impegnato a riportare alla luce monumentali enciclopedie di pietra. Adora soprattutto i "testi" di medicina: massi levigati con incise impressionanti lezioni di anatomia. Interventi a cuore aperto, parti cesarei, trapianti di cervello. "Guardate bene - esorta paziente -. L'autore di questi graffiti conosceva perfettamente le più complesse tecniche operatorie. In circolazione extracorporea". La segretaria-perpetua si palesa dall'ombra per avvisarlo che un'altra comitiva attende di entrare. Il professore fa segno di lasciarla attendere. La verità non ha mai fretta. E lui non deve convincere nessuno, soltanto esporre dei fatti, in forma di sassi: "Riflettete: il più grande genio del Novecento, chi era? Albert Einstein, bravissimi.
E che significa ein stein?" Una pietra, naturalmente. Javier Cabrera s'illumina e congeda i visitatori delle quattro pomeridiane con un sorriso vittorioso, pronto a ricominciare con quelli delle 6: "Questa è una biblioteca, una biblioteca i cui libri sono le pietre". (I due articoli precedenti sono apparsi sulla stessa pagina del Corriere della Sera, 26 novembre 2000)

Who on earth would believe such foolishness? Alas, 36 million people bought his silly books [namely, Erich von Däniken books*].
The Gold of the Gods dwells at some length on the curious Stones of Ica, on which, apparently, are prehistoric carvings showing such things as heart transplants, rocket ships, and television. There is a small "museum" in Ica, located on the coast of Peru south of Lima. The town is mportant as the location of genuine artifacts of pre-Inca times, as is Nazca, somewhat farther south, where von Däniken "discovered" the Nazca "lines". The museum in Ica is an amateur affair, run by a dentist. The fakes are rather amateurish, too. I say this because my experience in Peru has acquainted me with some of the finest phony pottery and grave articles that have ever been made. Artisans there use precisely the same methods employed by the ancients in making their pottery, and since most of their product is copied directly from the fine work produced by those little-recognized masters of long ago, it is almost impossible to detect the fakery unless you know a few tricks of the trade. But the Stones of Ica have been the subject of several books, all printed in Peru and all of which take the rocks quite seriously. But those who deal in such things have known for a long time that they are utter fakes. The "Nova" folks looked into the matter and were not long in discovering the truth. All they did was to visit the area, where they found the dentist, who was reluctant to discuss the matter when he discovered that they wanted to ask some penetrating questions rather than do the kind of careless and incomplete "investigation" von Däniken had done. Within an hour they had found out where the stones were really made and drove a few miles out of town to order a custom-made heart transplant item to be prepared while they waited and filmed the process. The point is that von Däniken had this procedure available to him too. He was well equipped and financed and able to find out the truth about the stones; he simply did not want to. Of course, merely finding a local artisan who said he was the maker of the stones, and who then made one to order that was indistinguishable from the "genuine" ones, proved only that he was a good artisan and could have made the whole lot. What was needed was some sort of evidence that the ones offered as genuine were actually fakes. And it was not hard to find. Great antiquity was claimed for the stones as finished items. This meant that the shallow carved grooves were bound to be weathered on the edges, a characteristie that could be seen with the use of a microscope. Careful examination by the "Nova" experts revealed that no only was there no such weathering but also that the stone custom-made on the spot was indistinguishable from the genuine ones. I could have told them that there was a story going around Lima in the huaquero (grave-robber) hangouts that if you mentioned your profession to the doctor in Ica, then excused him for fifteen minutes, you would hear dental drills whining away in a back room until he returned from the depths of his museum with a carved stone that, by a strange and somewhat contrived coincidence, bore a picture of someone from the distant past engaged in your very profession. Also well known to huaqueros is an aging process used to make fake artifacts look old. It is a treatment that involves donkey dung and is best left to the imagination. There is at least one thing for which von Däniken must be given credit. He has improved upon the crude technique of the Big Lie used by others and given us, instead, the Provocative Fact. He bombards us with interesting and in some cases quite valid bits of information and allows us to assume that what he has presented is pertinent and laden with hidden meaning and proof." (James Randi, in: Flim-Flam - Psychics, ESP, Unicorns and other Delusions, Prometheus Books, Buffalo, N.Y., 1987)

* E' forse interessante aggiungere nel presente contesto che la critica generale di Randi a libri come quelli di von Däniken (e altri simili best-sellers, responsabili di tanta parte delle "illusioni", e dell'inquinamento ideologico, che si riscontrano in giro) appare del tutto fondata, come viene confermato dalla seguente lettera (espressione di un "amore" deluso, da parte di un fan affetto da archeomania, e misteromania, che appare invero alquanto patetico e sprovveduto), riportata integralmente dal N. 7, giugno 1995, della sempre interessante rivista del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale), Scienza & Paranormale. "Il grande inganno di Von Däniken - Vi scrivo per mettervi al corrente della scoperta da parte mia di una enorme mistificazione perpetrata dallo scrittore svizzero Erich Von Däniken, il quale si dichiarava convinto di aver trovato la prova che civiltà provenienti da altri mondi avrebbero visitato nell'antichità la terra. Vi invio una relazione che spiega come ho scoperto la truffa. "Questa è, secondo me, la più incredibile, la più inverosimile, storia del secolo. Sarebbe facile pensare a un racconto di fantascienza se tutte le incredibili cose che sto per descrivere non fossero state da me viste e regolarmente fotografate". Con questa frase Von Däniken inizia la stesura del suo libro Il seme dell'Universo, pubblicato in Italia dalla Ferro Edizioni nel 1972 e in tutto il mondo. Nel 1993, dopo aver letto il suo libro, incomincio a compiere indagini a carattere scientifico e archeologico per poterne capire di più su questo meraviglioso mondo sotterraneo che viene descritto nel testo e per poter vedere anch'io i misteriosi tesori di cui Von Däniken parla. Mi reco all'università Cattolica di Milano ed alla Facoltà di Etnologia presieduta dalla Dott.ssa Salvioni per mostrare a lei il testo del libro, chiedendone il suo personale parere e se poteva darmi ulteriori informazioni su questo sistema di gallerie. La sua risposta fu: "In nessun ambito scientifico ho mai appreso di notizie relative a questo sistema di gallerie che Von Däniken descrive come artificiali...". A questo punto, non mi restava altro da fare che chiedere spiegazioni direttamente a Von Däniken, così il 26 giugno 1993, gli inviai una raccomandata chiedendoglì spiegazioni, dopo un ulteriore tentativo mi rispose sconsigliandomi di partire alla volta dell'Ecuador per cercare le grotte da lui descritte. Del resto Von Däniken nel suo libro non dà un'esatta ubicazione delle grotte, anzi volutamente altera i dati, sostenendo inoltre che a guardia di queste fantomatiche gallerie esistono indios che non esiterebbero ad uccidere chiunque tentasse di penetrarvi. Continuo a cercare informazioni e tento di arrivare a conoscere l'ubicazione esatta delle grotte. Nel libro si parla anche della possibilità che esista un piccolo tesoro celato all'interno della Chiesa SS. Maria Auxiliadora nella città di Cuenca, tesoro accumulato da periodici regali che gli indios della zona fanno a Padre Crespi, un prete missionario appartenente all Ordine dei Padri Salesiani. Questi oggetti che vengono fotografati e descritti nel libro, a detta di Von Däniken sono tutti in oro massiccio e provengono dalle grotte che lui stesso ha visitato. Il 4 maggio 1994 mi reco a Roma, presso l'istituto dei Padri Salesiani dove finalmente mi viene rivelata l'ubicazione delle grotte. A questo punto decido di partire per l'Ecuador. Il 21 maggio giungo a Quito, intervisto Osvaldo Chintana, archeologo, che rimane molto meravigliato del fatto che a tutti i costi io voglia vedere gli ori in esse celati perché mi dice: "Non c'è nulla d'interessante, visto che il sistema di gallerie che tu vuoi vedere non ha nessuna rilevanza ufologica [sic - forse archeologica?! Un lapsus veramente freudiano...] dato che è nato per una normale erosione creata da fiumi sotterranei; per quanto riguarda gli ori, io sono dell'idea che si tratti esclusivamente di imitazioni". Rimango sbalordito, ed a questo punto avanza in me l'idea che questa mia indagine avrebbe potuto finire in due direzioni ben precise: la prima (la più probabile) che mi sarei trovato di fronte ad un insabbiamento delle prove: la seconda (la più improbabile) che si trattasse di una enorme mistificazione creata da Von Däniken. Vengo poi a sapere, da un altro archeologo, che il libro di Von Däniken creò nel 1972, data della sua pubblicazione, uno sconquasso negli ambienti archeologici di tutto il Sud America e che lo stesso autore fu invitato più volte a smentire queste sue dichiarazioni. Le ore passano e altri (archeologi ed esperti) mi confermano che la teoria di Von Däniken è sicuramente improbabile e farcita di molta fantasia per ottenere esclusivamente un forte ritorno economico a livello personale. Dopo essermi procurato l'attrezzatura e una guida per giungere alle grotte mi appresto, comunque, ad andare fino in fondo alla faccenda. Finalmente arrivo all'ingresso della galleria e con una fortissima emozione mi calo al suo interno. Mentre osservo il fondo che mi si avvicina, il mio pensiero è tutto concentrato sull'emozione che proverò ad inoltrarmi in quei cunicoli costruiti da chissà quale civiltà antica, immaginando di poter scoprire anch'io, come Von Däniken, tesori immensi. Sono sul fondo, intorno a me decine di Culebras (serpenti) sono stati uccisi a colpi di macete dalla mia guida permettendomi così di non essere morso. Con una torcia incominciamo ad attraversare un cunicolo e subito mi rendo conto che la volta e le pareti di quelle gallerie non erano affatto liscie, come le descriveva Von Däniken, ma anzi spigolose e più volte mi sono procurato ferite. Per più dì mezz'ora camminiamo nel loro interno cercando di trovare quell'enorme sala descritta da Von Däniken come un hangar di un aeroporto, all'interno della quale avremmo trovato le meraviglie che lo scrittore aveva visto. Purtroppo non troviamo nulla. Fortemente amareggiato risalgo verso l'uscita e un dubbio evidentissimo si fa strada dentro di me: incomincio a comporre i tasselli di una delle più grosse mistificazioni mai messe in atto a livello archeologico e decido di andare avanti per scoprire tutta la verità. Voglio vedere il tesoro di Padre Crespi, ma con mia grande sorpresa mi viene detto che fu comprato per la somma di 10.000 dollari dal Museo del Banco Centrale dell'Equador nel 1978. Lo vado a visitare: migliaia di reperti giacciono sugli scaffali impolverati, mentre i miei occhi cercano di trovare i reperti pubblicati sul libro di Von Däniken, ma quando chiedo al direttore del museo dove siano mi risponde che erano falsi; che non c'era dunque motivo che fossero tenuti insieme a quelli ritenuti archeologicamente importanti; infatti dopo averli catalogati, analizzati e quindi accertato che fossero esclusivamente composti di latta e alluminio furono rispediti alla chiesa di SS. Maria Auxiliadora, dove furono ammucchiati come ferro vecchio all'interno di una soffitta. Nel 1988, Eric Von Däniken, nel suo libro Kosmiche Spuren edito in Germania, aprì un capitolo dal titolo "La scoperta degli smascheratori" in cui tentava di addossare ad altri le menzogne da lui precedentemente pubblicate. Le sue giustificazioni non mi convincono affatto. È troppo facile, caro signor Von Däniken, dopo aver venduto milioni di copie dei suoi libri, dare ad altri le colpe delle sue menzogne. È troppo facile dire questo dopo che a seguito del suo libro decine di serie spedizioni scientifiche sono partite da più parti del mondo ed hanno cercato di raggiungere invano l'ubicazione delle gallerie, su cui lei ha costretto ad indagare con le sue presunte ed indiscutibili verità. Infine, è troppo facile dire tutto questo dopo che aver guadagnato milioni di dollari. Concludo avanzando serissimi dubbi sulle eccezionali scoperte archeologiche passate e future di Von Däniken, visto che quando mi sono preso la briga di indagare su una di esse, non solo non mi è stata offerta alcuna collaborazione come studioso alla pari, come mi sarei aspettato, ma sono ostacolato nella mia ricerca e depistato con false informazioni. Io, Frediano Manzi, diffido Eric Däniken a continuare le ricerche, di cui egli si consacra leader assoluto verso la scoperta della possibilità che antiche civiltà provenienti da altri mondi abbiano visitato la Terra, e lo invito con un atto di coraggio, se ancora gliene è rimasto, a fare delle scuse pubbliche sulle riviste specializzate di tutto il mondo.
Solo così potrà riacquistare quella stima che un tempo io avevo di lei.

Frediano Manzi, Milano" [Nella risposta, la rivista suggerisce la lettura di alcuni testi "demistificatori" quali The Space-Gods Revealed, di Ronald Story; Ancient Astronauts and Cosmic Collisions, di William H. Stiebing Jr., oltre al testo di Randi dianzi citato.]


LES CONNAISSANCES ANTIQUES
Les pierres d'Ica, ou la fantastique bilbliothèque des Andes La région d'Ica, au Pérou, est censée être le centre d'une découverte archéologique grandiose: une collection de pierres gravées remontant à une antiquité lointaine et dont le décor, réellement fantastique, présente des animaux préhistoriques depuis très longtemps disparus, des operations chirurgicales inouïes (greffe de cerveau, entre autres) et de très nombreuses autres merveilles. Cette révolution dans l'archéologie précolombienne, et même mondiale, a été présentée au milieu des années soixante-dix chez nous à grand renfort de publicité, afin de lancer un ouvrage de Robert Charroux qui s'extasiait sur cette "bibliothèque des Atlantes" [sic] constituée par le docteur Cabrera. Ce dernier collectionne en effet, depuis très longtemps, les pierres trouvées dans la région. Qu'en est-il de cette prodigieuse énigme des pierres d'Ica?... Il s'avère que, dans les faits, elle n'est qu'une banale mystification. Les créateurs de ces pierres aux décors de science-fiction sont des indiens d'Ocucaje (région de Ica) et d'anciens élèves de l'école des Beaux-Arts de Lima, qui travaillent sur des galets ramassés dans le rio de Ica; ils s'inspirent pour le style de la gravure et des costumes de pierres authentiques (dont le décor est, lui, parfaitement banal) découvertes dans une nécropole appartenant à la culture Paracas et remontant au début de notre ère. Les graveurs fignolent leur travail (l'outillage comporte aussi bien gouge que burin et fraise de dentiste!) en ajoutant, quelquefois, une patine à l'aide d'un frottis gras. Les galets sont ensuite transmis à des huaqueros (fouilleurs clandestins) qui attendent le client, le gogo ou l'archéomane en mal de preuves. En résumé la fantastique bibliothèque des Andes constituée par ces pierres d'Ica n'est qu'une pitoyable mystification conçue au XXème siècle en travestissant un site authentique. (Henri Broch, in: Au Coeur de l'Extra-Ordinaire, L'Horizon Chimérique, Bordeaux, 1991)

 

tratto da: cerchinelgrano.info e itis.volta.alessandria.it

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