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S’Accabadora, alchimia fra mito e realtà
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S’accabadora, alchimia perfetta fra mito e realtà, leggenda e storia cammina oggi nella fantasia di chi ancora la ricorda, ieri nei paesi che si avvicinavano al crepuscolo, foriera di morte e di pietà. Un’ombra scura che andava solitaria, una donna sapiente in compagnia di quel bastone che è stato detto mazzucca. Schiva e silenziosa i narratori raccontano di lei che portasse la dolce fine, indirizzando verso la morte l’agonizzante che per delitti commessi in vita, non riusciva a trovarla.
C’era un tempo in cui la gente di uno stesso paese si conosceva per soprannome, un tempo nel quale la morte non era fatto di stato, un tempo in cui le strade al crepuscolo, poteva succedere venissero attraversate da piccole donnicciole che è d’obbligo immaginare vestite di nero. Non foss’altro per il loro tentativo di passare inosservate. Qualcuno le chiamava sacerdotesse della morte, altri donne esperte. Avete compreso delle nonnette alle quali mi riferisco? C’era chi le chiamava più sbrigativamente Accabadoras.
Il termine è pregno di una sonorità tutta spagnola, e mai nessun altro sarà tanto evocativo. Degradazione di acabar, queste donne che l’immaginario racconta d’età avanzata, “accabavano” appunto, ponevano la parola fine alla vita degli agonizzanti, che stentavano nell’abbandonarla.
La tradizione vuole che la donna fosse mandata a chiamare in casi del tutto eccezionali. Specie quando, pur ricevuta l’estrema unzione il moribondo sofferente non riusciva comunque ad abbandonare la vita.

Sa Notti de S’Accabadora Sanluri 2009
© provincia.mediocampidano.it
Se ricevuta l’estrema unzione il moribondo non moriva, si dice che una “donna esperta” venisse mandata a chiamare. Causa principale che impediva il passaggio potevano essere gli amuleti indossati, o un grave peccato commesso in gioventù, di quei peccati che non conoscono perdono: poteva aver spostato una pietra di confine, o peggio ancora bruciato un giogo.
Risulta certo che questa donna proveniva da un altro paese, non troppo distante da quello del nostro agonizzante. E’ probabile che i tentativi di accompagnarlo nell’ultimo viaggio, inizialmente fossero del tutto rituali. L’accabadora l’avrebbe privato degli amuleti, avrebbe tolto dalla stanza tutte le icone sacre, amuleti anch’esse e avrebbe posto accanto al capezzale un giogo, o magari un pettine. Se tutte queste attenzioni non avessero avuto successo, le si richiedeva l’uso di maniere un poco più fisiche, l’uso de sa mazzucca. Angius ci racconta si trattasse di un corto mazzero che veniva battuto o contro il petto o contro il capo. Ma della pratica si sa poco, dato che la donna veniva lasciata sola con il moribondo.
Questa non risulta domandasse in cambio alcun compenso, e sembra più probabile svolgesse la sua funzione sociale.

gli strumenti (sa mazzucca)
Ci si è interrogati ampiamente sulla veridicità della figura, ci si è spesso chiesti se non si tratti di un residuo tradizionale, che in effetti non faccia capo ad alcuna realtà. Quesiti questi che altri prima di noi si posero. Della Marmora nel 1826 era quasi sicuro che queste donnette fossero esistite per davvero, e per quanto sottovoce, avessero operato. Ne sarà certo almeno fino al 1839, quando con la seconda edizione del suo Voyage en Sardaigne, cercherà di smorzare i toni. In meno di dieci anni era nata una polemica infuocata, e di offese malcelate ne erano volate un bel po’. Protagonisti l’abate Vittorio Angius e Giuseppe Pasella. Quest’ultimo, sfruttando la rivista di cui era direttore, lo accusò di screditare Sardegna e sardi. Quasi che lo si potesse fare con le parole, piuttosto che non con i gesti.
Un vespaio insomma, per niente dissimile da quelli moderni. Il risultato fu quello di creare confusione nell’opinione pubblica e silenzio fra i sardi, che meglio d’altri popoli sapevano chiudersi a riccio e tacere.
La confusione ha trovato un attimo di tregua quando Della Maria riporta ciò che Monsignor Calvisi gli aveva riferito qualche tempo addietro.
Calvisi aveva avuto modo nel 1906, in Bitti, di assistere alla conversazione intervenuta fra la madre di un bimbo morente, e una donna anziana. Gli parve chiaro che la vecchia fosse un’accabadora, dato che la madre rifiutando il suo aiuto, le disse che il figlio il paradiso se lo sarebbe guadagnato da solo.
Da questo momento le attestazioni della presenza reale de s’accabadora aumentano notevolmente. Padre Vassallo e il gesuita Licheri, non solamente crederanno nell’esistenza di questa enigmatica figura, ma se ne faranno accaniti oppositori, definendo la morte aiutata dalla mano de s’accabadora, niente po po di meno che peccato mortale. Oggi le attestazioni in merito alla figura abbondano. “Eutanasia ante litteram in Sardegna” - Sa femmina accabadora, di Alessandro Bucarelli, medico legale all’Università di Sassari e Carlo Lubrano, medico anch’esso, o il più noto “Ho visto agire s’accabadora” di Dolores Turchi, non lasciano più adito a dubbi.
E che questa abbia fatto parte della storia sarda, non è cosa che debba infondo sorprendere più di tanto. Non solo una figura simile è stata condivisa da quasi tutte le realtà agro pastorali tradizionali, ma soprattutto il suo scopo sociale doveva essere sentito importante. Diversamente l’inquisizione l’avrebbe scovata, e bruciata al rogo, imputandole certo qualche vizioso legame con su tentadori.
La tradizione vuole che la donna agisse solo in casi del tutto eccezionali. Soprattutto quando il moribondo, sofferente e stremato comunque non riusciva ad abbandonare la vita. I motivi potevano essere differenti. Si poteva immaginare che l’anima non abbandonasse il corpo perché ostinatamente protetta dagli amuleti che ogni sardo che si rispettasse, indossava. Questo era infondo lo scopo delle pungas, quello di impedire alla morte d’accostarsi. Nel caso peggiore si poteva pensare che in gioventù chi stentava ora a morire, avesse commesso uno di quei crimini che non conoscono perdono, e che si sapeva, avrebbero alla fine causato una grossa agonia.
Poteva aver spostato una pietra di confine, o peggio ancora bruciato un giogo. Si trattava di elementi sacri, l’uno connesso alla intoccabile terra, l’altro al mito del quale si perse significato ma non ricordo.

© latestata.info
a cura di Claudia Zedda |
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Commenti
Non sempre il malato aveva portato a termine qualche "delitto", ma spesso la tradizione ad un'agonia insolitamente lunga cercava di dare una spiegazione di quel genere.
C.Z.
Sono molto affascinata e incuriosita dalla figura e la storia de s'accabadora.
Tempo fa avevo visto un servizio in tv che, però, ne aveva dato un'altra versione rispetto a questa: nel senso che non per forza le vittime avevano compiuto delitti in passato.
Si raccontava che s'accabadora svolgeva l'eutanasia per tutti i malati terminali che avevano una lunga agonia.
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